martedì 12 novembre 2013

Staccarsi da Google: perché?




Premessa: utilizzo praticamente da sempre i servizi Google. Ho un’indirizzo GMail da tempo immemore, sono iscritto a Google+ dal day one e, come potete vedere, questo blog si poggia su Blogger (sono uno di coloro che hanno presa questa decisione). Con il seguente articolo vorrei spiegare come mai Google mi sta sempre più stretto nonostante, come detto, sono un utilizzatore più che assiduo dei suoi servizi (almeno oggi, domani chissà…).

Iniziamo a fare un po’ di chiarezza e a dividere i ragionamenti che esporrò in tre categorie: Applicazioni, Privacy e Servizi.

Attenzione: in questo articolo darò per scontato che il lettore sia ben consapevole del fatto che i software Closed non solo sono brutti e cattivi per il presente, ma non contribuiscono in nessun modo al futuro della tecnologia, dunque sono uno dei grandi cancri dell’informatica moderna (quando vostro padre saltava i fossi per il lungo non era tutto così chiuso, chiedeteglielo).

Applicazioni
Una volta si diceva che Android fosse un sistema Open Source. Molti fan di Linux (non tutti, questo va detto) erano entusiasti di questa nuova piattaforma con codice aperto che sarebbe arrivata nelle case di tutti gli italiani e avrebbe dunque mostrato al mondo che l’ideologia Open rappresenta a tutti gli effetti una marcia in più. Poi però, ad un occhio più attento, soprattutto sulle ultime versioni di questo Sistema Operativo, si nota che, a livello effettivo, di ciò che arriva all’utente, c’è ben poco Open.
E le custom ROM? Non si potrebbero fare se non fosse tutto Open!
Calmi, calmi. Non sto dicendo che il codice di Android non sia liberamente consultabile e modificabile, ma che l’ecosistema (segnatevi questa parolina che è la chiave di questo punto) Android (e quando parlo di ecosistema Android mi riferisco a ciò che esce dalle mani di Google, la famosa Nexus experience, così non potete venire a dirmi che è colpa di Samsung, Sony o altri colossi del settore) non c’entra assolutamente nulla con l’Open Source. Il codice sorgente di un Android che esce dalla fabbrica si ha praticamente solo per il Sistema Operativo: ogni applicazione con cui viene a contatto l’utente è chiusa e non si può in nessun modo visionare il codice sorgente. Play Store, GMail, Google+, Browser, Launcher, Maps, Youtube (... continuo?) sono tutti software forniti da chi ha costruito parte della propria fortuna sull’Open Source salvo poi nascondere il codice sorgente dei propri prodotti. Perché sostenere ancora Google alla luce di una politica chiusa e proprietaria riguardo le proprie applicazioni? Da anni Google è avanti a tutti nell’ambito dell’innovazione, siamo sicuri di voler aiutare ancora la crescita di un colosso simile consapevoli del fatto che, a tutti gli effetti, non sappiamo che cosa stiamo utilizzando con esattezza?

L’altro esempio che vi voglio portare è quello dello scarso supporto a Linux. Molti pinguini hanno spesso supportato Google per alcune sue scelte apparse come un assist al mondo Linux: ChromeOS (basato su Linux), Android (basato su Linux), l’utilizzo come sistema operativo aziendale di una distribuzione Linux (a base Ubuntu) e non ultimo l’utilizzo di server Linux. Non riesco dunque a non vedere come una sonora presa per i fondelli il mancato supporto a Linux per moltissimi servizi made-in-Google. Drive è il primo che mi viene in mente, ma la lista è lunga e si passa dal neonato Google Web Designer al poco utilizzato (almeno credo, ma mi sembra comunque una potenziale ottima idea) Chrome App Launcher. Vale la pena di utilizzare qualcosa che bistratta così tanto un mondo da cui, ancora oggi, attinge a piene mani? È possibile che abbiamo visto anche Steam su Linux, ma di Drive per noi pinguini non si scorga nemmeno un’ombra in lontananza?

Privacy
Su questo punto non intendo dilungarmi troppo. Non perché non lo ritenga importante o perché non abbia qualcosa da dire, ma perché i fantastici ragazzi di DuckDuckGo sono riusciti a riassumere tutto in due splendide infografiche che vi consiglio fortemente di guardare con occhio critico e non snobbandole come “cose da complottista”.
Qui trovate quella riguardante il tracciamento dei dati personali operato da parte di Google mentre qui una splendida pagina che dovrebbe spaventarvi un po’ riguardo il come Google riesce ad assuefarvi mettendovi in pratica in una bolla che non corrisponde alla realtà.

Servizi
Google guadagna molto dalla pubblicità dunque non mi stupisco e non mi scandalizzo se piazza anche in un suo prodotto di punta come GMail dei box pubblicitari. È una cosa legittima ed è giusto che sia così: nessun servizio è gratuito e sta all’utente decidere se pagare o meno il suo costo, anche in pubblicità. C’è però un limite a tutto questo: la pubblicità come mail tra la mia Posta in Arrivo. Per quale motivo, infatti, dovrei utilizzare uno dei servizi con l’antispam tra i più efficienti sulla piazza salvo poi trovarmi tra le mail a me indirizzate messaggi che sono esattamente lo spam che Google ha sempre combattuto strenuamente? Siamo davvero disposti a utilizzare un servizio a queste condizioni? E anche se fosse, pensiamo un po’ agli sviluppi futuri. Davvero vogliamo continuare ad usare qualcosa che da un giorno all’altro può decidere di riempire la nostra casella di posta elettronica con offerte varie come se fossimo vittima di un pessimo attacco di spam?

Ultimo (non come importanza) punto è il comportamento di Google nel trattare i dati personali e l’esempio che vi porto è l’ennesima decisione di rendere una feature disattivabile sì, ma abilitata di default. Non contenti infatti delle lamentele ricevute per la decisione di mostrare di default il bel faccione dei suoi utenti nelle varie pubblicità, Google ha ripetuto il medesimo errore dando per scontato che gli utenti volessero concedere a chiunque digitasse il loro numero, quindi potenzialmente il mondo intero, la possibilità di vedere ancora una volta il loro bel faccione (e dunque anche tutte le varie informazioni pubbliche del profilo di Google+).
Beh, ma se mi chiama un mio amico mi fa piacere se vede la mia foto, no?
Certo, ma se ti chiama un perfetto sconosciuto magari non ti piace molto l’idea che possa poi vedere tutte le informazioni presenti sul tuo profilo di Google+. Certo, si tratta comunque di informazioni pubbliche, ma se avessi voluto fare in modo che chiunque potesse associare a tale profilo il mio numero di telefono (e viceversa) ci avrei pensato io, di sicuro non è una cosa che Google dovrebbe permettersi di abilitare per me. Un tempo Google+ era un Social Network attento alla privacy (grazie anche al sistema di cerchie ereditato da Diaspora*), ad oggi non credo si possa ancora dire la stessa cosa.

Concludo con una frase che trovo incredibilmente adatta all’occasione, scritta dall’ormai famosissimo +Enrico Bastelli:
“Io [...] vedo le legioni che mi accerchiano, per ora sono relativamente libero, ma se stringono io sono morto…”.